Si forma una nuova crepa nelle intrighi politiche della Casa Bianca: un conflitto pericoloso nel settore della politica estera, sorto tra l’ex consigliere del presidente Donald Trump, Mike Wolff, e il suo entourage riguardo al rapporto con l’Iran

Chas Pravdy - 04 Maggio 2025 03:31

Secondo un affidabile quotidiano americano, The Washington Post, che fa riferimento a fonti anonime all’interno di alti ranghi, Trump stesso avrebbe manifestato profondo disaccordo con l’ex consigliere Mike Wolff, in particolare sulla formulazione della politica riguardante la questione iraniana. Allo stesso tempo, nelle pubblicazioni si sottolinea che tra Wolff e lui si sarebbero verificati seri divergenze riguardo agli obiettivi e agli strumenti dell’uso della forza militare contro Teheran, contraddicendo apertamente la “tosta” retorica dell’amministrazione Trump in Armenia di Nakhichevan. Fonti tra gli alti funzionari riferiscono che fin dai primi giorni di lavoro nel team del presidente Wolff manifestasse una certa inclinazione ai conflitti con altri funzionari, in particolare riguardo agli approcci strategici nei confronti dell’Iran. Secondo gli interlocutori, egli coordinava attivamente le azioni con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, specialmente prima dei suoi incontri con Trump nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca. Ci sono dati che suggeriscono che l’ex consigliere fosse convinto della necessità di aumentare la pressione su Teheran e sostenesse l’idea di usare metodi militari per raggiungere gli obiettivi della politica estera USA e dei loro alleati, in particolare Israele. Tuttavia, proprio questa posizione, probabilmente, non era desiderata dal presidente Trump. Nei testimoniari e nelle analisi degli esperti si sottolinea che il giochi politico attorno alle strategie contro l’Iran divenne una delle cause del suo disappunto verso Wolff. Secondo alcune fonti, la tensione sarebbe sorta a causa di divergenze riguardo alla possibilità di usare la forza militare, cosa che avrebbe potuto influenzare seriamente la coerenza delle decisioni di politica estera dell’amministrazione. Un episodio significativo di questa vicenda fu il conflitto relativo all’aggiunta di Wolff al messaggero privato Signal, dove si discutevano possibili attacchi militari contro lo Yemen – tema che suscitò vasta eco pubblica e provocò discussioni su segretezza e complicità dell’amministrazione. Dopo di che, i media iniziarono a circolare con ipotesi su possibili candidati al suo posto, che in passato avevano lavorato con Mike Wolff. I primi nomi erano Steve Witkoff – inviato speciale di Trump – e Steven Miller – vice capo dell’amministrazione della Casa Bianca. Un compromesso nel gioco politico interno fu infine trovato grazie a una proposta dell’ambasciatore presso le Nazioni Unite, ricevuta da Wolff dal capo del personale della Casa Bianca, Susie Wiles. Dopo una breve riflessione, considerato il suo desiderio e le possibilità di scegliere una posizione, l’ex consigliere optò proprio per il ruolo di rappresentante degli USA presso l’ONU. Parallelamente, si valutarono anche altre ipotesi, tra cui un incarico diplomatico in Arabia Saudita, ma la decisione fu presa – Mike Wolff si concentrerà sulla scena internazionale assumendo una funzione diplomatica di alto livello. In questo modo, il conflitto attorno alla politica iraniana all’interno del team di Trump rappresenta uno dei segni delle contraddizioni interne che hanno il potenziale di influenzare il comportamento esterno degli USA e le loro relazioni regionali. Allo stesso tempo, questa vicenda mette in evidenza quanto siano complicate e intricate le dinamiche politiche negli alti livelli di potere, specialmente quando si tratta di nodi strategici e simbolici come Iran, Israele e Arabia Saudita.

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